I morti non cercano vendetta: Recensione “Il caso Collini”

I morti non cercano vendetta: Recensione “Il caso Collini”

Il caso Collini è un film del 2019 diretto da Marco Kreuzpaintner.

La pellicola ha per interpreti principali Elyas M’Barek (Caspar Leinen), Alexandra Maria Lara (Johanna Meyer), Franco Nero (Fabrizio Collini), Heiner Lauterbach (prof. dr. Richard Mattinger), Manfred Zapatka (Hans Meyer adulto), Jannis Niewöhner (Hans Meyer da giovane), Rainer Bock (dr. Reimers), Catrin Striebeck (giudice), Pia Stutzenstein (Nina) e Stefano Cassetti (Nicola Collini).

Il film è liberamente ispirato all’omonimo libro di Ferdinand von Schirach pubblicato nel settembre 2011 ed è stato premiato da Cinema for Peace Foundation per il premio giustizia 2020.

TRAMA

2001. Fabrizio Collini, operaio italiano in pensione e residente da 35 anni in Germania, uccide a sangue freddo con tre colpi di pistola l’anziano Hans Meyer, ricco industriale noto in tutto il Paese. Un omicidio apparentemente inspiegabile è il caso che viene affidato all’avvocato d’ufficio Caspar Leinen, al suo primo processo importante. Caspar accetta di difendere Collini anche se conosceva la vittima: Meyer era stato infatti una specie di padre per l’avvocato, aiutandolo negli studi e regalandogli una macchina. Di fronte ad un imputato che sembra del tutto reticente a difendersi dall’imputazione e frenato dal legame profondo che lo lega a Johanna, amica di infanzia e figlia della vittima, Caspar in un primo momento sembra non voler proseguire in una causa persa. Ma l’incoraggiamento del suo vecchio mentore e avversario nell’accusa, Richard Mattinger, spinge il giovane togato ad andare avanti e scavare in un passato da cui gli scheletri gridano giustizia.

ANALISI DEL FILM

Un caso apparentemente chiaro diventa la grande occasione per un avvocato d’ufficio di fare carriera. Ma il legame affettivo che lo legava alla vittima lo frena all’inizio. Un rinnovato senso di giustizia tramite consiglio di un veterano del foro lo convincono a proseguire in un’ardua difesa. Ma la ricerca della verità lo porta ad uno scontro contro chiunque prima lo considerava un figlio, un amico ed un amante. Due intuizioni unite alla determinazione di chi non cede ai ricatti scoperchiano il vaso di Pandora che nascondeva dietro un’apparenza irreprensibile le colpe di un atroce passato. E l’amaro finale è un monito che dimostra quanto i fantasmi di un passato oscuro siano incapaci di sfuggire ad una giustizia che prima o poi torna a riscuotere il tributo di una legge che sempre nella storia dell’uomo può commettere errori a scapito delle innocenti vittime della follia degli esseri umani quando mostrano il loro lato peggiore..

Il Caso Collini

COLPE DAL PASSATO… Eduard Dreher (1907-1996) è un nome in cui ogni studente di legge in Germania deve prima o poi imbattersi nel diritto penale. Sotto il Terzo Reich costui era pubblico ministero presso il tribunale speciale di Innsbruck e, dopo la guerra, si dimostrò uomo abile nel fare una sorprendente carriera all’interno del Ministero della Giustizia fino a diventare segretario di Stato. Nel 1968 concepì, scrisse e fece passare una legge che sotto il nome di legge programmatica alla legge sull’illecito amministrativo di fatto faceva cadere in prescrizione la maggior parte dei processi in corso contro i passati protagonisti e complici del nazismo. E se appena cinque o sei settimane dopo la promulgazione di tale legge lo Spiegel (una fra le più influenti riviste di giornalismo investigativo) si accorse del suo vero effetto, ovvero un’amnistia generale per la maggior parte dei crimini perpetrati durante il regime nazista, ormai era tardi per rimediare.

…RITORNANO NEL PRESENTE Ferdinand von Schirach (Monaco, 12 maggio 1964), avvocato penalista in Berlino e scrittore finissimo di due raccolte di racconti (una tradotta in italiano per Longanesi, Un colpo di vento) nel romanzo Der Fall Collini (Il caso Collini, trad. Irene A. Piccinini per Longanesi 2011) narra, in formato di noir processuale, una storia che si sviluppa proprio attorno agli effetti della Legge Dreher. Quando in un saggio sullo Spiegel lo scrittore si è espresso per la prima volta sul nonno paterno Baldur von Schirach (1907-1974), prima fra i leader nazisti a capo della Hitler-Jugend (Gioventù hitleriana) e successivamente Reichsstatthalter (Luogotenente del Reich) di Vienna, ha scritto che il romanzo era un’elaborazione della storia della sua famiglia e, schierandosi apertamente a favore delle vittime del nazismo, che il testo era

“[…] un libro sui reati del nostro Stato, sulla vendetta, sulla colpa e sulle cose nelle quali noi ancora oggi falliamo.

Un anno dopo la pubblicazione del romanzo, il ministro della giustizia della Germania Federale, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha istituito (11 gennaio 2012) una Commissione indipendente per riesaminare il passato nazista nel suo Ministero.

Il Wall Street Journal di New York ha collocato il romanzo tra i “10 migliori misteri del 2013” e l’autore ha vinto il Premio Los Angeles Times Book del 2014.

UN DRAMMA CHE FA RIFLETTERE

Se con il suo libro l’autore ha cercato di riparare in qualche modo al male di cui è macchiato il cognome che suo malgrado gli è toccato, il film riflette ed amplifica, attraverso interpretazioni impeccabili ed una ricostruzione intrigante del movente del delitto, il monito che, prima ancora che in queste pagine, riecheggia implacabile già nelle parole di un testimone oculare delle atrocità commesse dal Terzo Reich:

Meditate che questo è stato.” (Primo Levi)

Niente di quello che appare è sempre quello che è: una vita in apparenza irreprensibile può celare un passato oscuro che si può dimenticare ma che prima o poi torna a galla. La vendetta, inutile negarlo, è una di tante inclinazioni negative della nostra natura che una realtà crudele e disumana può risvegliare. Solo una forza di volontà forgiata su valori giusti può farci evitare di oltrepassare certi limiti da cui è impossibile tornare indietro.

La giustizia è un ideale nobile che nella realtà, mai come adesso, soffre troppo spesso del cancro di una burocrazia lenta che al posto dell’umanità pone sul piedistallo il profitto e la salvaguardia di un benessere di facciata schiacciando la verità che proprio perché tanto difficile da rivelare viene difesa da pochi veri animi irreprensibili. E se poi il contesto del dramma è una tragedia come lo sterminio di innocenti da parte di un regime totalitario allora più che mai ci si rende conto di quanto vendetta e giustizia siano entità separate da confini tanto sottili da apparire inesistenti. Se si deve condannare chi sceglie la prima allo stesso tempo chi persegue la seconda non deve ignorare cosa ha spinto l’imputato a commettere il reato onde evitare che la storia scritta da ingiustizie indegnamente insabbiate si ripeta ancora e ancora.

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