Recensione Zatōichi la reincarnazione kitaniana dello spadaccino

Recensione Zatōichi la reincarnazione kitaniana dello spadaccino

Alla sua undicesima prova dietro la macchina da presa, Kitano si cimenta per la prima e ad oggi unica volta con un film in costume (o, a voler essere più precisi, jidai-geki), Zatōichi, ed è il più grande successo al botteghino della sua carriera.

Il regista riprende un ben noto eroe della tradizione popolare giapponese, per l’appunto Zatōichi, nato dalla penna dello scrittore Kan Shimozaware, reinterpretandolo secondo la sua personalissima visione.

TRAMA

Siamo in Giappone, nel periodo Edo. Ichi (Takeshi Kitano) è un massaggiatore cieco (da cui la titolatura, Zatōichi, letteralmente “Ichi il massaggiatore cieco”) che vaga di villaggio in villaggio mantenendosi per lo più grazie alla sua bravura nel gioco d’azzardo, a cui riesce a vincere regolarmente grazie al suo udito ipersviluppato. Malgrado il suo handicap visivo, l’abilità con la spada di Ichi non ha eguali, tanto da essere divenuta leggendaria. La sua propensione a aiutare i più deboli e i tiranneggiati, come la contadina O-Ume e il nipote Shinkichi, lo porterà a scontrarsi con le due bande criminali che si contendono il possesso del paese.

L’EQUILIBRIO DELLA POETICA KITANIANA

Ma non è tanto l’intreccio ciò che più conta in Kitano (come del resto in tutti i più grandi cineasti, senza eccezione), quanto il modo in cui gli eventi vengono raccontati. Tutta l’opera del regista giapponese è pervasa da una struggente poesia visiva e narrativa. Zatōichi certo non fa eccezione. Il lirismo di Kitano emerge in tutti i personaggi principali, e più fulgidamente nella storyline di O-Sei e O-Kinu, le geishe assassine in cerca di vendetta per il massacro della loro famiglia, dipinte con una delicatezza eterea che richiama da vicino il precedente Dolls e si nutre di silenzi carichi di significati e movenze raffinate.

Zatoichi

La musicalità del gesto, il cromatismo magico, la violenza iperrealista, la comicità surreale, il senso profondo dell’onore: le cifre stilistiche del cinema di Kitano tornano immancabilmente e, soprattutto, si equilibrano in una composizione armoniosa.

Fra gli altri personaggi più “kitaniani” che incroceranno il loro destino (e la loro spada) con Ichi, da citare almeno Hattori Gennosuke (Tadanobu Asano), ronin tanto abile quanto tormentato, che troverà la morte (e forse anche la liberazione) nello scontro col protagonista.

COREOGRAFIE E C.G.I.

Spettacolari le coreografie di combattimento, pulp al punto giusto, senza esagerare. Per le scene più splatter, Kitano si avvale di una computer grafica che salta subito all’occhio, in modo da sottolinearne la finzione e così ridurre la portata violenta dell’immagine, lasciando invece intatta l’eleganza del movimento e dell’inquadratura. Secondo le intenzioni del regista, gli schizzi di sangue che scorrono copiosi nel corso degli scontri a colpi di katana dovevano apparire come petali di rose librati nell’aria. L’effetto finale è forse però un po’ più cartoonesco di quanto immaginato.

UNA COLONNA SONORA SORPRENDENTE

Interrotta, dopo sette film, la collaborazione con Joe Hisaishi, per la colonna sonora Kitano si affida al meno noto Keiichi Suzuki, che sorprende per musicalità trascinante che pervade l’intero film, ritmandolo in ogni sequenza e mutando perfettamente in base ai vari contesti. Percussioni dal grande impatto emotivo che rimangono in testa.

Opera raffinata dal grande impatto emotivo che gode della speciale alchimia kitaniana capace di mescolare comico e drammatico, sanguinoso e etereo, realismo e surrealismo, senza mai eccedere in un solo senso e perdere di credibilità. Due ore splendidamente impiegate e guarnite nel finale da un tocco di genio, ciliegina sulla torta, che non sveliamo per non rovinarvi la visione. Il vero cieco, in fin dei conti, non è Ichi, ma chi non ha apprezzato questo ennesimo capolavoro di Kitano. Leone d’argento al festival del cinema di Venezia del 2003, meritava l’oro. Fiondatevi a recuperarlo.

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